Green claims directive, stato approvazione 2026: la Commissione non ha ancora deciso
Chi segue le notizie sul greenwashing in Europa negli ultimi mesi rischia di essersi fatto un’idea sbagliata. La Green Claims Directive, la direttiva europea pensata per regolare le dichiarazioni ambientali delle aziende, non è entrata in vigore. A luglio 2026 la Commissione UE non aveva ancora adottato il testo, dopo che circolava da tempo l’ipotesi di un ritiro totale della proposta. Lo stato di approvazione della direttiva, nel 2026, è quindi ancora sospeso, e questo crea confusione con altre norme che invece sono già operative.
Il rischio concreto è che imprese, consumatori e anche osservatori distratti sovrappongano questa direttiva ferma a Bruxelles con regole nazionali già efficaci, come il nuovo quadro sul greenwashing in vigore dal 27 settembre 2026. Sono due binari diversi, con tempistiche e ambiti di applicazione che non coincidono.
Cos’era pensata per fare la Green Claims Directive
La proposta della Commissione europea nasceva per affrontare un problema molto concreto: le etichette e le dichiarazioni ambientali generiche, del tipo “eco-friendly”, “a basso impatto” o “carbon neutral”, spesso non erano accompagnate da nessuna verifica indipendente. La direttiva avrebbe imposto alle aziende di dimostrare con evidenze scientifiche ogni affermazione ambientale volontaria rivolta ai consumatori, sottoponendola a controlli preventivi da parte di verificatori accreditati prima della pubblicazione.
L’impianto normativo prevedeva inoltre criteri comuni per etichette e certificazioni di sostenibilità, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la proliferazione di marchi e bollini che oggi affollano packaging e siti web senza uno standard uniforme riconosciuto in tutti gli Stati membri. Un tentativo, insomma, di mettere ordine in un settore dove l’autocertificazione ha fatto da regola non scritta per anni.
Perché il testo è bloccato: le ragioni dello stallo
Lo stallo non nasce da un dettaglio tecnico isolato. Nei negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione sono emerse resistenze legate ai costi di conformità per le piccole e medie imprese, che secondo alcune delegazioni avrebbero dovuto sostenere oneri di verifica sproporzionati rispetto alla loro capacità amministrativa. È in questo contesto che ha preso corpo l’ipotesi di un ritiro della proposta, circolata proprio a metà 2026 e mai del tutto smentita né confermata in modo definitivo dalla Commissione.
Va ricordato che il percorso legislativo europeo prevede più passaggi tra le istituzioni prima che un testo diventi vincolante per gli Stati membri, e la Green Claims Directive si trova in una fase in cui nessuno di questi passaggi si è ancora concluso con un’adozione formale. Significa che, ad oggi, non esistono obblighi europei specifici derivanti da questa direttiva: le aziende che operano nell’Unione non sono soggette alle procedure di verifica preventiva che il testo avrebbe introdotto.
Cosa vale già oggi in Italia, direttiva o no
Qui sta il punto che genera più equivoci tra chi legge le notizie normative senza approfondire. L’assenza della Green Claims Directive non significa che in Italia le dichiarazioni ambientali false siano prive di conseguenze. Il quadro nazionale si è mosso in modo autonomo, con strumenti che restano validi indipendentemente da quello che succede a Bruxelles.
Chi vuole capire nel dettaglio quali sono le regole già operative in Italia può fare riferimento alla nostra guida su cos’è il greenwashing e come riconoscerlo, che spiega i meccanismi di base con cui un’azienda può gonfiare o falsificare le proprie credenziali ambientali. A questo si aggiunge il pacchetto di norme entrato in vigore a fine settembre 2026, che ha introdotto obblighi specifici sulla sostanziabilità delle affermazioni ambientali indipendentemente dall’esito della direttiva europea.
Le conseguenze pratiche per le aziende che comunicano sostenibilità
Per un’azienda italiana, la situazione attuale si traduce in un doppio livello di attenzione. Da un lato non ci sono ancora obblighi europei aggiuntivi legati specificamente alla Green Claims Directive, quindi non serve modificare le proprie procedure interne in attesa di un testo che potrebbe ancora cambiare forma o essere ritirato. Dall’altro, le regole nazionali già vigenti impongono comunque cautela su ogni dichiarazione ambientale pubblicata su etichette, siti web o materiali promozionali.
Le aziende più prudenti stanno già adottando internamente criteri simili a quelli che la direttiva avrebbe imposto, come la raccolta di documentazione scientifica a supporto di ogni claim ambientale, proprio per non trovarsi impreparate nel caso in cui il testo europeo venga rilanciato in una versione modificata nei prossimi mesi. Non è un obbligo, ma una scelta di gestione del rischio reputazionale che molte imprese di dimensioni medio-grandi hanno già iniziato a fare.
Come distinguere le fonti attendibili sull’iter europeo
Uno degli effetti collaterali di una normativa in stallo è la proliferazione di notizie imprecise o anticipate rispetto ai fatti reali. Capita che testate o siti aziendali annuncino “l’entrata in vigore” di regole che in realtà sono ancora in fase di negoziazione tra le istituzioni europee, generando aspettative sbagliate sia nei consumatori che nelle imprese.
Per chi vuole verificare con precisione lo stato di una normativa europea prima di darla per acquisita, gli strumenti di verifica delle fonti restano utili anche fuori dall’ambito strettamente politico. La nostra guida sui principali siti di fact checking italiani spiega come rintracciare l’iter legislativo effettivo di un provvedimento, distinguendo tra proposta, negoziato e adozione formale, passaggi che nel caso della Green Claims Directive continuano a non sovrapporsi.
Cosa aspettarsi nei prossimi mesi
Non ci sono elementi, al momento, per stabilire con certezza se la Commissione europea deciderà di ritirare definitivamente la proposta o di riprendere il negoziato con un testo modificato. Le pressioni delle associazioni di piccole imprese e quelle delle organizzazioni ambientaliste, che chiedono l’esatto opposto, continuano a tenere il dossier in una fase di equilibrio precario tra le istituzioni.
Quel che resta certo, per chi opera oggi sul mercato italiano, è che il vuoto normativo europeo non equivale a un vuoto normativo tout court. Le regole nazionali sul greenwashing procedono su un binario proprio, e ignorarle scommettendo sull’incertezza di Bruxelles potrebbe rivelarsi una scelta più costosa di quanto sembri in questo momento.