Legge 75/2026: cosa cambia per la tutela del Made in Italy agroalimentare
Dal 29 maggio 2026 è entrata in vigore la Legge 75/2026, un provvedimento che ridisegna gli strumenti penali a disposizione dello Stato per contrastare la contraffazione dei prodotti alimentari italiani. La norma introduce per la prima volta nel Codice penale una categoria specifica di reati, i delitti contro il patrimonio agroalimentare, pensata per colpire in modo più diretto chi falsifica o usurpa marchi legati alle denominazioni protette. Non si tratta di un semplice inasprimento delle pene già previste da altre leggi di settore, ma di una riorganizzazione che dà al fenomeno una collocazione autonoma e riconoscibile all’interno dell’ordinamento.
Le sanzioni previste dalla legge 75 2026 made in italy sanzioni arrivano fino a 4 anni di reclusione e multe che possono toccare i 50.000 euro, cifre destinate a chi contraffà o commercializza prodotti spacciandoli per DOP (Denominazione di Origine Protetta) o IGP (Indicazione Geografica Protetta) senza averne diritto. Rispetto al passato, quando questi episodi venivano trattati spesso come frode in commercio o violazione di marchio con pene più contenute, il nuovo impianto normativo alza sensibilmente la posta per chi opera nel settore della falsificazione alimentare.
Perché il Made in Italy agroalimentare aveva bisogno di una legge dedicata
Il comparto agroalimentare italiano si regge in parte significativa sul valore delle sue denominazioni protette: formaggi, salumi, oli, vini e prodotti da forno che hanno costruito la loro reputazione internazionale proprio grazie ai marchi DOP e IGP. Quando questi marchi vengono imitati o usurpati, il danno non riguarda solo il singolo produttore truffato, ma l’intera filiera che su quella denominazione ha investito anni di certificazioni, controlli e comunicazione.
Il fenomeno della contraffazione alimentare non è mai stato un problema marginale per l’export italiano. Prodotti che imitano packaging, nomi e simboli tradizionali circolano da tempo sui mercati stranieri, sfruttando l’assonanza con marchi noti per vendere merce che nulla ha a che fare con la ricetta o il territorio originali. La Legge 75/2026 nasce proprio per dare una risposta penale più efficace a questa dinamica, che fino a ora si scontrava spesso con strumenti giuridici pensati per altre tipologie di illecito.
Le sanzioni della legge 75/2026: reclusione e multe fino a 50.000 euro
Il testo normativo stabilisce una cornice sanzionatoria che combina pena detentiva e pena pecuniaria. La reclusione può arrivare fino a 4 anni, mentre le multe sono state fissate con un tetto massimo di 50.000 euro. Questa struttura punta a colpire sia chi materialmente produce merce contraffatta, sia chi la distribuisce sapendo dell’illecito, ampliando così il perimetro dei soggetti perseguibili rispetto alle normative precedenti.
Un elemento centrale della legge è l’introduzione della categoria dei delitti contro il patrimonio agroalimentare come autonoma fattispecie penale. Questo significa che i reati legati alla contraffazione di DOP e IGP non vengono più assorbiti in categorie generiche come la frode in commercio, ma acquisiscono una identità giuridica propria, con conseguenze anche sul piano probatorio e procedurale per le forze dell’ordine e la magistratura.
Contraffazione DOP e IGP: cosa rischia chi viola la norma
Per un’azienda o un singolo operatore che venga accusato di aver contraffatto un prodotto a denominazione protetta, il rischio concreto è oggi molto più alto di prima. La combinazione di reclusione fino a 4 anni e multa fino a 50.000 euro rappresenta un deterrente pensato per scoraggiare pratiche che, in passato, potevano risultare economicamente vantaggiose anche a fronte di sanzioni modeste.
La contraffazione di DOP e IGP non riguarda solo l’imitazione grossolana del prodotto finito. Può includere l’uso improprio di simboli o menzioni che richiamano un territorio protetto, l’alterazione dell’etichettatura per lasciare intendere un’origine geografica non veritiera, o la vendita di prodotti simili con un packaging costruito per generare confusione nel consumatore. La Legge 75/2026 amplia quindi lo spettro delle condotte punibili, non limitandosi alla sola falsificazione diretta del marchio.
Le implicazioni per produttori, consorzi e consumatori
Per i consorzi di tutela delle denominazioni protette, la nuova legge rappresenta uno strumento aggiuntivo da affiancare alle azioni civili e amministrative già in uso per proteggere i marchi. Avere a disposizione una fattispecie penale specifica, con pene più severe, cambia l’approccio nelle denunce e nelle indagini, perché consente di perseguire con maggiore incisività i casi più gravi di frode agroalimentare.
Sul fronte dei consumatori, l’effetto atteso è indiretto ma non meno rilevante: un sistema sanzionatorio più duro dovrebbe ridurre la circolazione di prodotti che si presentano come DOP o IGP senza esserlo, restituendo maggiore attendibilità alle etichette che riportano queste diciture. Resta però da vedere quanto la norma verrà applicata in concreto nei prossimi mesi, e quanti procedimenti verranno effettivamente avviati sfruttando la nuova cornice normativa.
Le aziende che operano nell’export agroalimentare guardano a questa legge anche come segnale politico: il rafforzamento delle tutele penali per il Made in Italy agroalimentare arriva in un momento in cui la contraffazione internazionale dei prodotti tipici italiani continua a rappresentare un tema ricorrente nei rapporti commerciali con altri paesi. La distanza tra l’entrata in vigore della norma, il 29 maggio 2026, e la sua effettiva capacità di produrre condanne nei tribunali sarà probabilmente il vero banco di prova per capire se questo intervento normativo riuscirà a incidere sui numeri reali della contraffazione, oppure se resterà uno strumento più simbolico che operativo.